3 - Impianto apistico di Berlingo

 

L'IMPIANTO APISTICO DI BERLINGO

 

 L'apiario era collocato sotto il portico a lato sud del palazzo, ed ecco come nel 1883 lo descrive il Dr. Giovanni:

  “ E' sito in Berlingo provincia di Brescia, terra posta a 6 chilometri a sud della stazione di Rovato sulla linea Milano-Venezia. La zona di volo consta di terreno alluvionale ghiaioso ricoperto da sottile strato di humus, ma abbondantemente irrigato. I prodotti agricoli principali sono i fieni, i trifogli, il granoturco, frumenti, gelsi e lino; vi è comune il ravettone ma sconosciuta così l'erica che la fraina.

Le api raccolgono precocemente sugli alni, olmi, pioppi, salici, ed i pochi frutteti; nell'aprile sui ravettoni; nel maggio sul trifoglio incarnato e sull'acacia; nel giugno sui prati stabili, sulle veccie ed altre erbe de' grani; nell'agosto sui prati stabili. La fioritura locale mellifera per eccellenza è quella del trifoglio incarnato che dura quasi tutto maggio; non disprezzabili però, talora assai mellifere, sono le fioriture de' prati in giugno ed agosto. Colla fine di agosto cessa ogni raccolto di entità, per cui le mie annate apistiche decorrono da un settembre al successivo.

Le arnie che adopero sono Sartori e Fumagalli di misura. In una parte delle famiglie si impedisce la sciamatura, per ora in una seconda parte all'incontro la si favorisce; in tutto il resto l'industria è così diretta da eliminare la necessità di cure minuziose, ciò naturalmente diminuisce il prodotto sensibilmente, ma assai poco è il tempo disponibile per le api; io le visito due volte all'anno”. 5

 Le prime prove non furono sempre felici per l'inclemenza della stagione. Gli apicoltori empirici dei dintorni ebbero pochi sciami, poco miele, e perdettero molte famiglie. Giovanni, nel trimestre giugno-agosto 1882 raccolse 100 kg. di miele, 100 favi vuoti, e 2 Kg. di cera di tritumi 6; pertanto non disarmò, ma con più impegno, insistendo sul metodo razionale, provvide 28 famiglie per l'invernamento, iniziato con 48 arnie, aumentate in seguito ed ampliate fino a 120-150.

Nell'annata successiva 1882-1883 i fratelli Metelli sperimentarono i tramezzi faccettati Benuzzi e la scecratrice Leandri “un gioiello che servì ad allontanare dall'apicoltore l'unica operazione piuttosto ripugnante dell'industria”, ed ottennero 385 Kg di miele, 118 favi vuoti, e Kg. 3,600 di cera vergine 7.

Nell'annata 1883-1884 introdussero il nutritore ideato dal Dr. Giovanni 8 (ancora usato dalla signora Elena), e poterono constatare che le api avevano fatto il loro dovere, se non americanamente, certo lodevolmente. Constatazione efficace, che non cela quel pizzico di orgoglio con il quale i provetti apicoltori italiani gareggiavano coi colleghi americani. L'America era all'avanguardia nella coltivazione delle api, e i Metelli potevano ricevere notizie di prima mano dai cugini Ettore e Carlo Berri, emigrati a Mendoza in Argentina e colà esercenti il primo una fabbrica di macchine agricole, l'altro la vinificazione.

Nel 1886 cominciarono ad educare 100 famiglie di miele, col seguente risultato nei primi cinque anni:

1886: raccolto estivo, punto, per la grandine del 20 giugno; nel 1887 Kg. 526 di miele; nel 1888 Kg. 699 (le 100 famiglie, con la loro coorte dettero complessivi Kg. 1966 di miele, Kg. 21 di cera); nel 1889 Kg. 686; nel 1890 Kg. 1030 9.

La loro produzione era abbondantemente esportata, e preferita, negli alberghi svizzeri.

Il Prof. Flaminio Barbieri, dopo avere visitato l'apiario di Berlingo il 19 maggio 1889, lo descrisse nella diffusa, precisa, e chiara relazione pubblicata sul periodico L'Apicoltore n. 10 e 11 dello stesso anno. Da essa si ricava che il concetto fondamentale delle esperienze dei Metelli si compendiava nel monito: arnie grandi, popolazioni fortissime, famiglie di riserva pel materiale di rinforzo. Si deve quindi all'Ing. Federico e al Dr. Giovanni se l'apicoltura italiana potè liberarsi dalle ultime pastoie che ancora la tenevano avvinta a metodi i quali, se non impropri per i paesi di altro cielo, donde ci venivano, erano però non adatti alla feracità del nostro suolo, alla dolcezza del clima, all'indole diversa dell'ape italiana 10.

Dalla relazione Barbieri, riportiamo solo le notizie riguardanti l'impianto:

"La Posta delle api è un recinto destinato ad orto ed a giardino; utile ed opportuna collocazione, perché le api, visitando comodamente gli ortaggi, gli alberi ed i fiori ornamentali, ne moltiplicano la fecondazione ed accrescono la produzione fruttifera. Lungo il muro prospicente a levante ed a mezzogiorno è appoggiato il Palchetto, composto di una tettoia semplice, sostenuta da pilastri, ad un piovente inclinato e sporgente in avanti... Tra le colonne ed il muro di appoggio della tettoia corre uno spazio largo un metro e mezzo, o due circa, specie di andatoia di dietro agli alveari pel passaggio dell'apicoltore ed a stanza opportuna per qualche sollecita e breve operazione. Questo ambulatorio, che rimane oscuro quando le arnie sono a posto e rinserrate ai lati coi ripari invernali, è illuminato da una mezza luce mediante aperture ovali nel muro a determinate distanze, le quali mentre illuminano, offrono altresì fori d'uscita alle api. Con tale espediente... si è ovviato all'inconveniente che si verifica nei palchetti aperti ed isolati, di essere molestati cioè dalle api nelle visite agli alveari... Le api che escono dagli sportelli aperti, e che si staccano dai favi estratti, trovandosi in una mezza luce, non indugiano a volare verso i fori d'uscita ed a prendere il largo.

L'apiario è lungo 35 metri circa; può contenere circa 200 alveari, disposti in tre ordini: il primo a 0,20 dal terreno, il secondo a 0,80 dal primo, il terzo a 0,80 dal secondo, e sono divisi in sezioni di sei, ed otto per ogni piano. Le arnie di cui fino ad ora è fornito il Palchetto, sono le verticali a tre piani (con e senza tramezzo), adottate dall'Associazione di Milano, ma modificate con un'aggiunta posteriore per ingrandirle; e potrebbero essere dette arnie metelli, secondo l'uso di distinguere gli attrezzi col nome dell'apicoltore, che vi abbia introdotta qualche modificazione. Le arnie non hanno differenze di colore; sono messe alla distanza di dieci centimetri circa l'una dall'altra; hanno schermi alla porticina, colorati diversamente nelle distinte sezioni”.

Cura attenta del Dr. Giovanni era di tenere conto anche delle piccole perdite, le quali, se trascurate dagli apicoltori dilettanti, diventavano grossi danni per la speculazione industriale.

 

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5 L'Apicoltore, 1883, p. 54 

6 L'Apicoltore, 1884, pp. 155-158.  

7 L'Apicoltore, 1884, pp. 55-57. 

8 L'Apicoltore, 1884, pp. 301-304. 

9 L'Apicoltore, 1890, p. 217. 

10 La Sentinella Bresciana, 25 maggio 1896, n. 144. 


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